Quella di ieri può a ragione definirsi una giornata storica. Il Cipess, il comitato interministeriale che sovrintende ai grandi investimenti pubblici, ha dato infatti il via libera al progetto definitivo del ponte sullo stretto di Messina. A settembre, come ha annunciato il ministro Salvini, dovrebbero aprire i primi cantieri. Si è giunti a questo risultato dopo due anni e mezzo di lavoro costante, determinato, frammisto di ostacoli di ogni genere ma tutti o quasi riconducibili ad una astratta e pericolosa ideologia che potremmo definire antisviluppista o della “decrescita infelice”. Una ideologia abbracciata da una sinistra sempre più radicalmente antimoderna, che declina in modo nuovo il vecchio odio marxista per il capitalismo (Marx dopotutto credeva nello sviluppo come propedeutico alla realizzazione del distopico “regno della libertà” da lui immaginato). Una ideologia che ha bloccato il progetto almeno dagli anni Ottanta del secolo scorso, rimasto irrealizzato nonostante l’impulso che ad esso intese dare Berlusconi negli anni dei suoi governi. Quarant’anni buttati al vento, si potrebbe dire. Ma anche quattro decenni in cui il mondo ha visto l’avanzare impietoso di Paesi, a cominciare dalla Cina e dagli altri asiatici, che sulle grandi infrastrutture hanno edificato una parte non irrilevante del loro successo economico e sociale.