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Ultimo aggiornamento: 7:45
di Alberto Minnella
Qui in Sicilia, per andare da una città all’altra, si parte con il thermos e la rassegnazione. Le strade si interrompono come le promesse elettorali: sempre a metà. I treni viaggiano a passo d’uomo, quando non si fermano del tutto per “guasto alla linea”, e le autostrade sembrano disegnate da un urbanista ubriaco. Ma da Roma ci spiegano che il Ponte sullo Stretto cambierà tutto. È l’Italia dei miracoli: non riusciamo a tappare una buca, ma sogniamo di sfidare lo Stretto di Messina con piloni alti trecento metri.
Ci dicono che sarà l’opera del secolo, il simbolo del riscatto del Sud. Lo stesso Sud dove ogni settimana crolla un viadotto, una galleria si chiude per “lavori urgenti” e i cantieri diventano monumenti all’attesa. Ma in questo Paese basta pronunciare la parola “progresso” per far tacere ogni domanda. Il Ponte serve a questo: a distrarre. È la favola perfetta per un popolo che preferisce l’impossibile all’imbarazzo del possibile.








