Al via gli accertamenti tecnici e irripetibili disposti dalla procura nella "villetta dell'orrore" di Gemona (Udine), dove lo scorso 25 luglio è stato ucciso il 35enne Alessandro Venier.
Dal tardo pomeriggio di martedì 12 agosto sono entrati in azione i Ris di Parma, che stanno effettuando analisi che entreranno direttamente nel fascicolo dibattimentale e che sono finalizzate a confermare la confessione, circostanziata, della mamma Lorena, di 61 anni. Gli esperti dell'Arma stanno anche ripetendo alcune delle verifiche già realizzate dai colleghi di Udine che avevano compiuto accertamenti oggettivi prima della ricostruzione della donna: il principale scopo del sopralluogo di martedì, a cui partecipano anche i periti di parte, è infatti proprio quello di trovare riscontro alle puntuali affermazioni di Lorena.
Nel verbale dell'arresto e in quello dell'udienza di convalida la donna ha raccontato che attorno alle 17 di venerdì 25 luglio lei e la compagna del figlio, Mailyn Castro Monsalvo, colombiana di 30 anni, avrebbero messo in pratica il loro piano criminale che stavano studiando da mesi e che avevano preparato nelle settimane precedenti, con l'acquisto su Amazon di un grande bidone in plastica e di calce viva per coprire l'odore della salma in decomposizione. Le due donne avrebbero sciolto tranquillanti in una limonata, ma l'uomo non si sarebbe addormentato del tutto. Allora la mamma, di professione infermiera nel Distretto sanitario, gli avrebbe iniettato due fiale di insulina che aveva rubato cinque anni prima quando aveva pensato di suicidarsi. Solo a quel punto avrebbero iniziato a soffocarlo con un cuscino sulla faccia. E dal momento che il compagno continuava a reagire, Mailyn avrebbe preso i lacci dei suoi scarponi per strangolarlo.








