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10 AGOSTO 2025
Ultimo aggiornamento: 9:10
“Il problema principale del sistema lavorativo italiano rimane l’autonomia che un’azienda concede, che arriva prima della retribuzione, comunque troppo bassa nel nostro Paese. Pensare di dovermi riabituare al mercato del lavoro in Italia mi frena dal ritornare: il lavoro fa parte della vita, ma non è la parte principale”. Davide Aterini, 34 enne originario della Valle d’Aosta, oggi vive a Copenaghen e lavora in un’azienda che produce software per macchinari usati nei cantieri di tutto il mondo. “Ho degli obiettivi da raggiungere e all’azienda non interessa sapere quante ore impiego e da dove lavoro – spiega Davide a il fattoquotidiano.it – la flessibilità oggi è fondamentale. Se dovessi cambiare lavoro, non scenderei a compromessi su questo aspetto”.
Davide parla cinque lingue e ha vissuto in sei paesi diversi: Australia, Nuova Zelanda, Spagna, Italia, Francia e Danimarca. In quest’ultimo è arrivato otto anni fa, iniziando da studente/lavoratore, poi è stato assunto in ambito consulenza, in una start-up, fino ad approdare all’azienda attuale, dov’è responsabile per il Sud Europa. “Dopo il liceo – racconta Davide – sono andato in Australia per lavorare, mi sono pagato il viaggio con i soldi guadagnati lavorando come magazziniere. L’avevo scelta anche perché mio padre aveva dei parenti lì, emigrati dopo la Seconda Guerra Mondiale”. Studia, lavora, si interessa allo studio delle lingue. E un anno e mezzo dopo torna in Italia e si iscrive all’Università della Valle d’Aosta, dove si laurea in Lingue e comunicazione per l’impresa e il turismo, in italiano e francese. Poi un periodo di lavoro in Nuova Zelanda e in Spagna, a Ibiza. Nel frattempo fa domanda per la magistrale alla Copenhagen Business School, terminando gli studi durante l’inizio del Covid. “Da studente avevo accesso al sussidio per chi lavora part-time frequentando i corsi: circa 800 euro netti al mese più lo stipendio – racconta Davide –. Il concetto che c’è dietro è quello di approcciare fin da subito il mondo del lavoro”. E il sistema universitario danese, a differenza dell’Italia dove chi lavora mentre frequenta l’università è ancora mal visto, è molto flessibile. “I due mondi comunicano. I ragazzi danesi sono abituati a lavorare fin da giovanissimi, spesso trovi ragazzi di 16 anni dietro le casse dei supermercati. E rispetto al sussidio da studenti – sottolinea Davide – se vanno a vivere da soli dopo i 18 anni e glielo aumentano anche per incentivarli a costruirsi una loro indipendenza”.






