Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

10 MAGGIO 2026

Ultimo aggiornamento: 9:53

Un confronto diretto tra modelli di lavoro, culture aziendali e visioni di società. Quella di Giulio Volhøj Castagni Parasole, 42 anni, è una storia che racconta molto più di un semplice trasferimento all’estero. Dalla provincia di Livorno a Milano, poi Londra e infine Copenaghen, il suo percorso attraversa alcune delle principali contraddizioni del mercato del lavoro italiano e le mette a confronto con realtà dove stabilità e fiducia sembrano essere la norma. “Avevo quasi dieci anni di esperienza lavorativa, una laurea conseguita con votazione 110 e ovunque andassi mi offrivano solo contratti a tempo determinato”, racconta a ilfattoquotidiano.it. “A un certo punto mi sono chiesto: com’è possibile non riuscire a costruirsi una vita stabile?”.

È questa domanda, ancor più dell’ambizione, a spingerlo a lasciare un’Italia nel pieno della crisi economica tra il 2011 e il 2012. Londra rappresenta per lui un primo spartiacque. Non solo per la lingua o per le opportunità, ma per un cambio radicale di prospettiva. “Il primo impatto è stato culturale: lì non esiste questa concezione del contratto a tempo determinato. Se lavori bene, ti assumono. Punto”. Una differenza che per Giulio non è solo contrattuale, ma esistenziale: “La stabilità ti dà tranquillità, ti permette di progettare il futuro, di investire su te stesso. In Italia si vive sempre in una condizione di incertezza che ti blocca anche mentalmente”. Nella capitale britannica scopre anche una libertà personale che in Italia non aveva mai sperimentato: “Londra mi ha dato la possibilità di esplorare la mia identità senza paura. È una città dove puoi essere te stesso, senza doverti nascondere”. Dopo due anni, però, decide di tornare in Italia. Un ritorno che si rivela breve e deludente. “Mi sono scontrato con una cultura aziendale vecchio stampo. Non era tanto l’azienda, ma la leadership: autoritaria, poco empatica, incapace di ascoltare”.