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«Smentisco, nella maniera più categorica, che […] il governo abbia ricevuto alcun atto o comunicazione che possa essere anche solo lontanamente considerato una forma di pressione indebita assimilabile a minaccia o a ricatto da parte di chiunque». Il 5 febbraio scorso il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi negò in questo modo perentorio che il governo italiano avesse ricevuto minacce per convincersi a liberare e rimpatriare Almasri, il capo della polizia giudiziaria libica, nonostante fosse accusato dalla Corte penale internazionale di omicidi, torture, stupri e altri gravi crimini. Era stato arrestato due giorni prima a Torino.

Per questa storia il tribunale dei ministri ha messo sotto indagine lo stesso Piantedosi, il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Ora ha chiesto per loro l’autorizzazione a procedere: cioè in sostanza ha chiesto al parlamento se può rinviarli a giudizio (con ogni probabilità dirà di no), accusandoli di diversi reati. Quello che è emerso dall’atto in cui viene chiesta l’autorizzazione a procedere però è che in questi mesi il governo ha difeso la propria decisione sostenendo proprio la tesi opposta a quella sostenuta da Piantedosi a febbraio: il tribunale dei ministri dice che tenendo in carcere Almasri il governo italiano temeva «possibili ritorsioni per i cittadini e gli interessi italiani in Libia».