A che punto siamo con il caso Almasri? Ho letto le carte del Tribunale dei ministri e la memoria difensiva del governo, il risultato è che si è rafforzata in me la convinzione che siamo di fronte a una «rivoluzione permanente» della magistratura che va avanti da oltre 30 anni e rispetto alle origini ha fatto un altro salto di qualità: ieri con Mani Pulite ha cancellato un sistema dei partiti, ma senza poter arrivare al controllo totale della macchina dello Stato; oggi con le sentenze delle Corti (di varia natura e livello) ha invaso in maniera capillare l’amministrazione, occupato lo spazio d’azione del governo e ristretto a tal punto i confini della politica da minacciarne l’esistenza. La storia dell’espulsione di Almasri in Libia è un caso esemplare, ma è solo l’ultimo di una lunga sequenza di atti che mostrano il fil rouge della trasformazione dallo Stato di diritto allo Stato giudiziario. L’inchiesta su Almasri non sarebbe mai dovuta iniziare (e infatti la genesi è del tutto anomala, parte dalla denuncia di un avvocato specializzato nella gestione di pentiti che “segnala” alla Procura di Roma gli articoli sulla vicenda di un giornale di sinistra, Repubblica) e lo stesso atto d’accusa a dimostrare ampiamente che siamo di fronte a un’interpretazione arbitraria delle norme (prima fra tutte quelle che regolano i rapporti tra la Corte Penale Internazionale e lo Stato italiano) e a una ricostruzione a dir poco fantasiosa del funzionamento del governo. L’indagine è talmente abnorme da raggiungere il picco quando il Tribunale dei ministri nega al sottosegretario Alfredo Mantovano di andare a testimoniare.