È stata consegnata ieri sera alla Camera dei deputati la relazione finale del Tribunale dei ministri in merito alla gestione del caso Almasri. I giudici hanno chiesto il processo per il Guardasigilli Carlo Nordio, accusato di rifiuto di atti d’ufficio, per il titolare del Viminale, Matteo Piantedosi, e per il sottosegretario con delega ai servizi, Alfredo Mantovano, per i quali le ipotesi sono favoreggiamento e peculato. Le toghe sostengono che la ricostruzione del governo non sia corretta. Adesso sarà la Giunta per le autorizzazioni a procedere a esaminare il caso che sarà poi votato dalla Camera, non prima di settembre vista la pausa estiva. Quanto alla posizione di Giusi Bartolozzi, che è stata dichiarata dai giudici inattendibile, in quanto avrebbe reso dichiarazioni «mendaci», la procura procederà per vie ordinarie.

In relazione alla mancata risposta di Nordio alla richiesta del pg, secondo la Corte d’Appello di Roma «il silenzio serbato da Nordio, si è risolto, di fatto, in un rifiuto di dar corso alla richiesta di cooperazione» e sarebbe «da ritenere indebito». E spiegano perché: «A Nordio - si legge - contrariamente a quanto sostenuto sia in Parlamento che nella memoria, pur conferendogli la legge il compito di curare in via esclusiva i rapporti dell'Italia con la Cpi e di dare impulso alla procedura, non gli attribuisce alcun potere discrezionale ma, anzi, lo investe della funzione di garante del buon esito della stessa». Secondo le toghe, spetterebbe alla Corte d' Appello, e non già al ministro, dichiarare che non sussistono le condizioni per la consegna. Così come, sostengono ancora, non viene ritenuto fondato l’argomento della richiesta di estradizione per Almasri avanzata dalla Libia. Se non altro perché «datata 20 gennaio, è stata protocollata solo il 22, quando Almasri era stato già rimpatriato». Quindi concludono i magistrati romani, tale inerzia avrebbe determinato «un danno all'effettivo esercizio dell'amministrazione della giustizia».