Nelle ultime settimane molti Paesi europei hanno preso nei confronti di Israele un atteggiamento di crescente severità. Crescente e, aggiungiamo, doverosa severità. Qualcuno lo ha fatto per un pregiudizio da tempo ostile allo Stato ebraico, altri — a noi sembra, i più — nella speranza di trattenere Israele che agli occhi di tutti è parsa sempre più pencolante sull’orlo di un baratro. L’annuncio del riconoscimento, ai primi di autunno, dello Stato di Palestina (un passo, al momento, dal valore solo simbolico) è stato il modo scelto dai Paesi europei per mandare a Tel Aviv un segnale di allarme. E incoraggiare Hamas a rilasciare gli ostaggi nonché a por fine al conflitto.
In tale contesto la Francia ha però compiuto un passo in più. Ha promosso, assieme all’Arabia Saudita, una conferenza alle Nazioni Unite in cui è stata rivolta ad Hamas l’esplicita richiesta di rinunciare al controllo su Gaza e di consegnare le proprie armi all’Autorità nazionale palestinese. Il documento è stato sottoscritto per intero dalla Lega Araba. Uno pressoché identico è stato presentato dal Qatar, dalla Giordania e dall’Egitto. Un altro ancora, anch’esso contenente la richiesta ad Hamas della rinuncia del potere su Gaza, è stato firmato da Turchia e Indonesia. Praticamente un documento unitario per chiedere a quel che resta di Hamas un passo indietro.












