Più e più volte ritorna nella discussione intorno ai mali della scuola italiana, la tesi secondo la quale a partire dagli anni Sessanta e Settanta si sarebbe diffuso tra i docenti di ogni grado scolastico un metodo di insegnamento, definito «progressista», che si sarebbe concentrato sulle attività pratiche più che su quelle teoriche. Fa parte di questa narrazione, la tesi secondo la quale le aule delle scuole elementari, medie e superiori si sarebbero riempite di maestri e docenti portatori del verbo di un prete toscano, Lorenzo Milani, e di uno studioso campano, Tullio De Mauro, che avrebbero indotto a trasformare l'istruzione in una diffusione di tecniche pratiche e di attività di apprendimento collettivo, con il risultato nefasto di abbassare le capacità astrattive dei ragazzi e tollerare comportamenti di ribellione, in una sorta di permissivismo e buonismo generalizzato. Se le cose stessero così, i sostenitori di questa tesi auspicano il ritorno di un apprendimento dagli aspetti teorici e astratti più spiccati, condotto, se possibile, attraverso la centralità delle ore di lezione svolte in classe, o, al massimo, in un laboratorio scolastico. Insomma, bisognerebbe mettere al bando i fronzoli di metodi di apprendimento partecipato (qualsiasi cosa questa espressione voglia dire), restituendo dignità al maestro o al professore in cattedra. In sostanza, il metodo aureo sarebbe: libro, appunti, spiegazione, studio a casa, interrogazione o verifica scritta. Agli eventuali studenti ribelli, oppure a disagio, bisogna applicare strumenti di contenzione: note disciplinari, uso del voto di condotta come strumento di controllo, prova orale obbligatoria all'Esame di Stato.