Dal turismo-propaganda al ruolo di Chiesa e sindacati, cinema e canzoni. Quando e come l’estate Made in Italy è diventata un brand internazionale?
di Giuliano Aluffi
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Il Dolce Far Niente: The Italian way of Summer è un libro della fotografa inglese Lucy Laucht che dimostra – insieme a molti altri titoli – come l’estate italiana sia diventata un marchio del Made in Italy nell’immaginario internazionale. Un mito che mescola passato e presente, dalla Vespa Piaggio al cornetto Algida, dal rito dell’abbandono della città per vacanze dal passo rallentato, alle cene all’aperto ribattezzate, evocativamente, al fresco dining. Dalla caprese all’estetica mediterranea di maioliche, pini e limoni, fino ai tuffi di Polignano e all’esperienza degli “Italian beach club” con ombrelloni a strisce, che viene replicata anche in California. Ma ancora di più l’estate italiana – nel modo in cui è stata inventata e si è poi evoluta – è soprattutto un rito collettivo, una performance diffusa che mescola nostalgie e aspirazioni.
"L’estate come la conosciamo nasce nella seconda metà dell’Ottocento: gli italiani, allora perlopiù contadini, non facevano vacanze", spiega Duccio Canestrini, l’antropologo che ha coniato il concetto di Homo turisticus, ha dedicato un saggio (Trofei di viaggio) ai souvenir e insegna Antropologia del turismo all’Università di Pisa. "Arrivano i villeggianti – soprattutto tedeschi e inglesi – e nasce un immaginario: sole, mare, natura, sensualità. Gli italiani li osservano e cominciano a emularli, anche se resta un sogno per molti. I primi stabilimenti in Versilia, già dagli anni 20 dell’Ottocento, erano riservati all’élite". Così nasce l’estate italiana: non come dato climatico, ma come costruzione culturale.









