L'orientale rilassatezza di Roma (Libero Bigiaretti) e l'alacrità da cumenda di Milano, la monumentale e godereccia pigrizia di Roma e la magrezza giansenista, nutrita di opulenza capitalistica, di Milano. Ci si chiede oggi, se di fronte alla stagione di rinnovato vigore (ma effimero?) di Roma e alla nuova verticalità in Scia (ma cool) di Milano, si debbano riscrivere e aggiornare decenni anzi secoli di luoghi comuni e di rivalità tra la Capitale vera e quella morale, tra la città che, scriveva Joyce, «è come un uomo che si mantiene mostrando ai viaggiatori il cadavere di sua nonna» e l'altra, nella quale gli imprenditori giaguari di sinistra giravano con cappotti di cammello milionari, per poi lasciare il posto ad architetti e funzionari secchi come le segretariette di Bianciardi, che mandano warning e accumulano grattacieli e miliardi.
Il fallimento del «modello Milano» e i mille cantieri di Roma «in orario»: bisogna aggiornare i cliché?
Ci troviamo nella fase ciclica in cui Milano viene sbeffeggiata dai romani, proprio mentre il sindaco Gualtieri incassa i dividendi in consenso di mesi di sopralluoghi con il casco anti infortunismo









