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Ultimo aggiornamento: 8:03

Negli ultimi decenni, l’uso delle protesi mammarie per la ricostruzione del seno dopo la mastectomia si è diffuso moltissimo. Le protesi mammarie nell’immaginario comune, sembrano essere una soluzione rapida, poco invasiva e soprattutto definitiva. La verità è che, nonostante la loro popolarità, la ricostruzione con protesi non è sempre la scelta giusta per tutte le pazienti.

Ogni donna portatrice di protesi mammarie, deve essere ben consapevole che con il passare del tempo, la protesi può portare a diversi problemi: può indurirsi, spostarsi, diventare visibile e palpabile sotto la pelle o causare dolore e infiammazione, o semplicemente dare la sensazione di un seno non “proprio” omogeneo ed armonico con il resto del corpo. In alcuni casi, soprattutto dopo la radioterapia, il corpo cambia in modo irreversibile, il tessuto attorno all’impianto diventa rigido fibroso e più reattivo, configura quel fenomeno che si chiama “contrattura capsulare”. La protesi è un corpo estraneo, e a volte il corpo la rifiuta e la isola con una capsula fibrosa attorno ad essa, anche a distanza di anni.

Per questo, sempre più donne scelgono un’alternativa alla ricostruzione protesica, detta “autologa“, cioè fatta con i propri tessuti, senza l’utilizzo di silicone. La tecnica più avanzata ad oggi è la ricostruzione microchirurgica con lembo DIEP che prevede il prelievo di cute e tessuto adiposo dalla parte bassa dell’addome (come in un addominoplastica estetica), il tessuto viene poi trasferito in regione toracica e la sua vitalità è garantita dal collegamento microchirurgico di piccoli vasi arteriosi e venosi in regione ascellare.