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28 LUGLIO 2025

Ultimo aggiornamento: 15:05

Il recente riconoscimento da parte di Emmanuel Macron dello Stato di Palestina è stato accolto da molti come un passo in avanti, ma, in realtà, secondo diversi analisti, giornalisti, ricercatori e attivisti palestinesi è un gesto vuoto, simbolico, utile più a placare l’indignazione globale che a smantellare l’ingiustizia in Palestina. Scrivono Ramzy Baroud e Muhammad Zulfikar Rakhmat su Middle East Monitor che dietro le dichiarazioni pubbliche e le formule diplomatiche, infatti, si cela un quadro di profonda ambiguità e complicità, che non sfida minimamente l’impianto coloniale israeliano, né la pulizia etnica, né il sistema di apartheid che da quasi un secolo priva i palestinesi dei più basilari diritti.

Macron propone uno “Stato palestinese” demilitarizzato, privo di sovranità effettiva, subordinato e costretto a convivere al fianco di Israele, senza però presentare nulla per rendere questo processo possibile e giusto. Nessuna richiesta di smantellamento delle colonie illegali, nessuna restituzione delle terre occupate, nessun accenno al diritto al ritorno, nessun impegno concreto per porre fine all’assedio di Gaza o per riconoscere il genocidio. Questo tipo di riconoscimento è descritto da Rakhmat come “un’etichetta diplomatica in cambio di sottomissione”: un tentativo di offrire una parvenza di Stato, mentre in realtà si congela l’occupazione. È una mossa che serve più a rassicurare l’Occidente e a disinnescare la pressione dell’opinione pubblica, che a liberare i palestinesi.