Il caso del maestro Daniel Oren, accusato neppure per le sue parole, ma per la sua sola appartenenza israeliana, segna un punto preoccupante nel declino del pensiero critico e del rispetto per l’Arte. Un assessore del Comune di Salerno ha ritenuto di sollevare pubblicamente il problema della sua presenza in un cartellone lirico, quasi che dirigere Aida o Tosca fosse un gesto militare. Non è la prima volta. Valery Gergiev, famoso direttore d’orchestra russo, è al centro di una aspra polemica dopo l’annullamento del concerto previsto alla Reggia di Caserta, con l’accusa di essere “vicino a Putin”, come se un artista potesse scegliere sempre le circostanze della propria patria, come se la musica non fosse un grido che sfugge alla bandiera o alla tessera politica.

Gergiev è stato cacciato dal Festival di Lucerna, dal Metropolitan, dalla Filarmonica di Monaco e da Salisburgo: il tutto senza aver fatto dichiarazioni politiche dirette, ma solo per “prossimità” a Putin.

Ci si domanda: è accettabile che un artista venga giudicato per chi non ha rinnegato? Siamo all’epoca della censura per prossimità: se non ti dissoci, sei colpevole, come se l’Arte fosse un bollettino morale, e non un gesto creativo autonomo. In merito alle appartenenze e alle preferenze politiche abbiamo due esempi storici brevi ma forti: Richard Wagner, antisemita dichiarato, eppure le sue opere sono patrimonio mondiale. In Israele, per decenni vietate le esecuzioni pubbliche, almeno fino al 2001, quando Daniel Barenboim inserì un bis wagneriano nel programma della Israel Philharmonic Orchestra, invitando il pubblico ad abbandonare la sala qualora non avesse gradito. Molti uscirono, altri restarono e applaudirono. E Shostakovich? Sopravvissuto al regime staliniano, costretto a firmare lettere di fedeltà al partito, eppure la sua musica è uno straordinario grido di libertà. Chi lo ascolta capisce che l’Arte, anche soggiogata, dice più verità della politica.