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27 LUGLIO 2025
Ultimo aggiornamento: 8:05
“Potevi girare in eterno ma c’erano sempre e soltanto i campi e i serbatoi dell’acqua e le piccole torri di trivellazione che ballonzolavano su e giù come altalene. Guardavo i camionisti e le puttane da cesso pubblico arrancare sotto la pioggerella, facendo avanti e indietro fra la lavanderia a gettoni e la stazione di servizio dove gli autoarticolati stavano in fila sotto le lampade alogene. Una donna con dei capelli altissimi scese da uno dei tir e salì in quello subito accanto”.
Galveston, di Nic Pizzolatto (traduzione di Giuseppe Manuel Brescia; Minimum Fax), è un intenso noir, politicamente scorretto (aspetto che lo rende credibile), che si svolge nel 1987. Il romanzo, sviluppato con un classico “plot criminale”, scava, tra le righe, diversi temi: il peso ineludibile del passato, la fragile ricerca di redenzione e la desolazione dell’animo umano di fronte a un destino avverso. Ma non è solo la trama a catturare l’attenzione del lettore. Ciò che veramente colpisce, in Galveston, è la capacità di descrivere l’America dei margini, dei dimenticati, riuscendo a trasformare in archetipali luoghi che tanta letteratura e cinema statunitense ci hanno, ormai, abituato a riconoscere come stereotipi geografici.






