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Ultimo aggiornamento: 7:47

C’è un’America che non brilla, che non twitta e che non vota nelle convention patinate. È l’America che puzza di fieno bagnato, di gasolio agricolo e di solitudine. Willy Vlautin è il suo profeta laico, e con La ballata di Charley Thompson (traduzione di Fabio Genovesi; Jimenez Edizioni), ci consegna un romanzo di formazione che è, in realtà, un’odissea di de-formazione, un viaggio verso il nucleo nudo dell’esistenza.

Come già accadeva in Motel Life, Verso nord o nel climaticamente gelido Il cavallo, Vlautin costruisce una narrazione fatta di sequenze ipnotiche, dove il tempo è scandito da gesti minimi. C’è una devozione quasi simbolica nei confronti del cibo in scatola: aprire una latta di fagioli o di zuppa Campbell non è solo nutrirsi, è l’ultimo rito di resistenza contro il nulla. È il commercialismo che si fa eucarestia per chi non ha una tavola imbandita; l’azione ripetitiva, il consumo di brand dozzinali, diventa l’unica ancora di salvezza in un mondo che ti vuole invisibile.

Charley Thompson, quindici anni e il cuore già gravato da troppe partenze, attraversa un West che non ha nulla di epico in compagnia di un cavallo zoppo. Incontra personaggi memorabili nella loro mediocrità tragica: addestratori di cavalli falliti, sognatori da bar e anime perse che popolano un’America marginale ma geograficamente gigantesca. È un romanzo di una bellezza straziante, dove la polvere dei circuiti ippici di periferia si incolla alla pelle del lettore. Vlautin non giudica, osserva. E in quell’osservazione c’è tutto l’amore per un’umanità che cade, si rialza e continua a camminare, anche se non sa bene verso dove.