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16 FEBBRAIO 2026

Ultimo aggiornamento: 7:57

C’è un’ossessione sottile che attraversa l’Atlantico, una sorta di mal d’America che non riguarda i grattacieli di Manhattan o le luci di Los Angeles, ma il fango della Virginia e il sibilo dei proiettili Minie. Carlo Miccichè, con il suo Sognavo Gettysburg (Edizioni Ares), si mette al volante e attraversa il cuore pulsante e ferito degli Stati Uniti, regalandoci un diario di viaggio che è, allo stesso tempo, un atto d’amore e un’analisi clinica di un mito.

Se la storiografia accademica ci ha abituati a mappe fredde e statistiche sulle perdite, Miccichè sceglie la strada del passo del narratore. Il suo è un itinerario che va dalla Pennsylvania alla Georgia, ma la sua bussola non è solo storica: è cinematografica. In queste pagine, il fantasma di Robert E. Lee cammina accanto a quello di Clark Gable. Miccichè capisce perfettamente che noi, figli della cultura pop, non possiamo guardare ad Antietam senza vedere i filtri color seppia di Hollywood.