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Ultimo aggiornamento: 6:51
Burn, di Peter Heller (traduzione di Tommaso Gurrieri; Edizioni Clichy) ci trascina nel cuore di un Maine che ha smesso di essere un rifugio per diventare un mattatoio. Jess e Storey, amici da una vita ma separati da troppi non detti, riemergono da due settimane di caccia grossa nei boschi più remoti per ritrovarsi in un incubo che non ha più nulla di civile. Quella secessione di cui si parlava nei talk show, quella tensione politica che credevano confinata ai palazzi del potere, è esplosa in una guerra civile totale: ponti saltati, città rase al suolo e fosse comuni che punteggiano il paesaggio.
Heller, con una prosa che ha la secchezza di un ramo spezzato e la profondità emotiva di un classico, costruisce un romanzo che si muove lungo il crinale sottile tra La strada di McCarthy e il desiderio di fuga di Into the Wild. In questo scenario di distruzione sistematica, i due protagonisti inciampano in una bambina abbandonata, trasformando la loro fuga per la sopravvivenza in una missione picaresca e disperata per restituirle un briciolo di umanità.
È un’ode luminosa e insieme un monito terribile sull’odio che sta lacerando l’America di oggi. Un’avventura selvaggia e politica che ci mette davanti allo specchio più deformante: quello di una nazione che, nel nome della divisione, ha deciso di darsi fuoco da sola.






