MILANO. È una difesa a tutto campo, punto su punto, condensata in una memoria di 23 pagine depositate ieri mattina, 23 luglio, al gip Mattia Fiorentini, quella di Alessandro Scandurra, architetto, tra in principali indagati dell’ultimo filone dell’inchiesta milanese sull’urbanistica in città. Firmata dal legale di fiducia Giacomo Lunghini, la nota parte da un’ammissione di opportunità, ma subito rivendica l’estraneità alle accuse: «Scandurra – si legge nella memoria del legale – può anche avere commesso degli errori, magari nella predisposizione e invio delle comunicazioni al Comune dei propri lavori, o magari per non essersi astenuto in alcune sedute. Tuttavia – prosegue – non ha mai privilegiato la posizione del privato rispetto al perseguimento degli interessi pubblici. In relazione ad altre contestazioni, come ad esempio quelle relative a Piazza Aspromonte e al Villaggio Olimpico chiarirà la sua completa estraneità rispetto a tali progetti, frutto di un'erronea lettura della Procura». L’articolata nota, prodotta per rispondere alla richiesta di misura cautelare in carcere formulata dai pm milanesi, continua con toni decisi. Ad esempio sull’intervento in Porta Romana. Qui gli avvocati parlano di «abbaglio» dell’ufficio inquirente «a proposito di un coinvolgimento» dell’indagato «nel progetto». Perché «diversamente da quanto contestato, Scandurra non faceva parte del team di progettisti prescelti da Catella per l'intervento in Porta Romana». Viene suggerita al gip che dovrà decidere su eventuali provvedimenti cautelari, una diversa lettura delle chat con l’ex presidente della Commissione Paesaggio Giuseppe (anche lui tra i principali indagati) costata all’architetto un’accusa di corruzione visto che – secondo l’ipotesi accusatoria – Scandurra sarebbe stato consapevole di essere sprovvisto di un contratto formale con Coima in relazione allo studentato di Porta Romana, ma di essere già di fatto nel team di progettazione. Sul punto, scrive il difensore: «Scandurra in occasione della seduta della Commissione Paesaggio del 7 marzo 2024 non aveva intenzione di partecipare e quindi non si era connesso. Quando Marinoni lo contatta, visto che devono discutere Porta Romana, gli chiede se è in «conflitto con Coima». Scandurra risponde «Coima sì, sto studiando studentato». Ecco: «Queste prime battute ci dimostrano che Scandurra riteneva di essere in conflitto di interessi in relazione allo studio dello studentato (anzi, di uno studentato). Quando poi dice a Marinoni «contratto non firmato» Marinoni si rivolge a qualcuno (non si capisce chi) e gli risponde «mi dicono che non sei in conflitto», «se il contratto non è firmato...»». Ergo: Scandurra non aveva intenzione di partecipare alla commissione e ciò significa che la sua partecipazione non può in alcun modo essere intesa come frutto di un accordo corruttivo con l'operatore immobiliare. L’architetto avrebbe ritenuto «per primo di essere in conflitto di interessi in relazione a un suo studio per uno studentato». L’indeterminatezza sarebbe cruciale «perché lo studentato – a parere dell’avvocato – non era quello di Porta Romana, ma quello di via Messina 53, rispetto al quale Scandurra aveva realizzato uno studio di fattibilità a cavallo tra 2023 e 2024». In definitiva, e secondo la prospettazione difensiva alla quale si oppone in senso netto la ricostruzione dei pm, «Scandurra non aveva in realtà alcun contratto da firmare, perché l'incarico (lo studio di fattibilità) era concluso a quella data».
Milano, la difesa di Scandurra: “Forse ho sbagliato a non astenermi, ma le accuse sono un abbaglio”
La memoria dell’indagato. La corruzione sullo studentato? «Struttura confusa con un’altra»











