“A Milano non si usa”. È la metà di giugno del 2018, piccolo mondo antico pre-Covid, e tutti i giornali d’Italia riportano un virgolettato breve e ieratico di Pierfrancesco Maran, allora 38enne assessore all’Urbanistica della giunta del sindaco Beppe Sala a Milano. Sono, secondo le ricostruzioni trapelate dalla Procura, le parole che Maran ha detto agli uomini di Luca Parnasi, imprenditore coinvolto nell’inchiesta sul progetto di un nuovo stadio della Roma a Tor di Valle; l’uomo avrebbe provato a corrompere Maran offrendogli un appartamento di lusso in cambio di qualche permesso non propriamente regolare, ma si sarebbe visto chiudere subito la porta in faccia, tanto da far dire ai suoi scagnozzi “abbiamo fatto una brutta figura, sembravamo i romani dei film quando vanno a Milano”. Il giovane assessore commenta le lodi ricevute con un post sull’allora Twitter, spiegando che il suo comportamento “è, e deve essere, la normalità” e ringraziando per “i numerosi messaggi che mi sono arrivati”.Uno di quei messaggi era il mio. Ho il numero di Maran perché due anni prima gli ho chiesto qualche battuta per un articolo sulla mobilità milanese, e vincendo tutte le ritrosie e le regole che mi sono sempre imposto, decido di inviargli un sms. È ancora lì, sepolto nel mio iPhone, e dice anche: “La sua risposta ci onora tutti, come milanesi”.Le inchieste sullo sviluppo urbanisticoSic transit gloria mundi. Oggi, sette anni dopo, di quel piccolo mondo antico non rimane molto, e anche a Milano soffia tutt’altro vento: nelle ultime ore una nuova inchiesta su presunte irregolarità nello sviluppo urbanistico ha chiesto gli arresti per l'assessore alla Rigenerazione urbana Giancarlo Tancredi, per il presidente del gruppo immobiliare Coima, Manfredi Catella, e per l'ex presidente della Commissione paesaggio, Giuseppe Marinoni. Ai media risulta indagato anche lo stesso sindaco Giuseppe Sala. Sotto accusa ci sono progetti che vanno dai grattacieli di Porta Nuova alla Biblioteca degli Alberi, e dal Villaggio Olimpico allo Scalo di Porta Romana fino al progetto del cosiddetto “Pirellino” di via Pirelli 39, con una “Torre Botanica” affidata allo studio di Stefano Boeri (anch’egli indagato) come già il celebre Bosco Verticale.Soltanto a Porta Nuova, negli ultimi anni, sono piovuti 2 miliardi di euro di investimenti immobiliari: un ammontare che rende Milano il centro di una “riqualificazione”, come si dice in gergo, tra le più costose d’Europa. E quella di questi giorni non è la prima inchiesta che ipotizza connessioni illecite tra politica e mondo immobiliare: lo stesso Boeri è già coinvolto in altri due procedimenti, e in totale le inchieste della procura raggiungono la ventina. Tutte, più e meno, orbitano attorno a un “piano regolatore ombra”, come l’hanno definito i pm nelle ultime ore, che avrebbe al centro un “sistema” composto da membri della commissione per il paesaggio, parti dell’amministrazione comunale, progettisti e costruttori capace di favorire la concessione di permessi edilizi illeciti a fini speculativi.Negli ultimi anni a finire in Procura era stato anche la Scia, acronimo di “Segnalazione di inizio attività”, un permesso figlio di un’interpretazione “benevola” delle norme da parte del Comune di Milano che avrebbe permesso ai progettisti di edificare anche in assenza di permessi comunali, sveltendo la burocrazia e producendo cantieri come quello dell’Hidden Garden di piazza Aspromonte, complesso di appartamenti «lussuosi e sostenibili» costruito nel cortile di un caseggiato popolare.A costo di rischiare di lambire l’italica retorica all’insegna di un garantismo soltanto peloso, corre l’obbligo di precisare che gli indagati non sono colpevoli: non è solo un principio legale, ma anche un’ancora di civiltà. Magari tutta questa storia si chiuderà in un nulla di fatto, in un’estraneità della giunta e del sindaco, in un conflitto tra normative troppo vetuste – come le definisce oggi su Repubblica l’ex primo presidente di Regione Lombardia Piero Bassetti – e spinta all’innovazione. Per adesso, però, non riesco a non sentirmi a disagio. E non perché il nome dello stesso assessore con cui il me stesso del 2018 si congratulava orgoglioso, l’oggi eurodeputato Pierfrancesco Maran, pur non indagato appare accostato a presunte “interferenze” relative agli affari immobiliari.Chi doveva osservare, dov'era?No, la questione è più profonda e si può forse riassumere in una domanda: cosa abbiamo fatto noi giornalisti, scrittori, pensatori a vario titolo milanesi, mentre il sistema di cui cantavamo le lodi erigeva giardini lussureggianti nei cortili delle case di ringhiera? È una domanda che mi sono posto a più riprese negli ultimi anni, e con frequenza ancora maggiore in queste ore. Perché con sparute eccezioni – viene subito in mente l’urbanista e attivista Lucia Tozzi, autrice di L’invenzione di Milano (Cronopio, 2023) – il sistema-Milano ha goduto di una stampa invariabilmente favorevole, al punto da somigliare più a una scorta mediatica che a un settore che dovrebbe chiedere conto al potere dei suoi atti.Io lo so bene, perché per anni ho frequentato realtà editoriali che di quel clima di Expo-ottimismo, come qualche temerario lo chiamava allora, si sono pasciute fin dai primi giorni. Ricordo benissimo tutti gli articoli (anche a mia firma!), i reportage, le interviste, i podcast realizzati col beneplacito, l’amichevole collaborazione o addirittura il sostegno esplicito di parti di quel «sistema» che oggi la Procura ipotizza essere illecito. So, per conoscenza diretta, che alcune testate a Milano su questa commistione di interessi e vaghi proclami orientati all’innovazione hanno puntato dalla loro costituzione, ritagliandosi un ruolo da cantori dell’età dell’oro di una città finalmente internazionale, europea, attrattiva. È una storia che è in buona parte la mia storia, così come quella di tanti altri – che al momento rimangono più silenti. Ma è anche una storia che deve fare i conti con le sue mancanze strutturali.Mentre grattavamo la superficie della realtà coi nostri longform su quanto fosse diverso, sofisticato, persino cool vivere nella nuova Milano, della nuova Milano – con o senza un sistema tentacolare atto a spolparla in modo penalmente rilevante – forse siamo stati soltanto gli utili idioti. Mentre discutevamo del locale più à la page, del progetto culturale o urbanistico più visionario e dell‘aperitivo più giusto con cui definirci, probabilmente attraversavamo questa città senza viverla, come gli studenti fuorisede che oggi pagano 700 euro di affitto mensile per una stanza singola.Quel che voglio dire è che – a prescindere dalla verità giudiziaria che verrà accertata a tempo debito – questa discesa agli Inferi è anche colpa nostra, di noi “ingegneri di anime” che avremmo dovuto vigilare e siamo diventati cheerleader, perché vedevamo – parafrasando Giorgio Gaber – Gae Aulenti come una promessa, Porta Romana come una poesia e il quartiere Isola come il paradiso terrestre. “Qualcuno era milanesista” perché il modello Milano nascondeva un lato oscuro che nessuno aveva voglia di guardare, tuttavia, e il risveglio da questo lungo sonno si preannuncia difficile e tumultuoso.Forse non abbiamo voluto che qualcuno ci rovinasse la festa: perché ascoltare le malelingue, quando attorno a noi avevamo una città che cresceva verso il cielo, che piantava alberi e immaginava boschi verticali, che sembrava dare un’opportunità, un’identità, un senso di appartenenza a tutti i suoi nuovi figli?Magari in buona fede – anche se non sempre – ma ci sbagliavamo di grosso. Per essere inclusivi e tolleranti, anche questo l’ho scoperto sulla mia pelle, non basta dichiararsi tali (meno che mai sul depliant di un complesso immobiliare): bisogna comportarsi di conseguenza. E se questa città da nove anni ha un sindaco, fino a ieri tra i dieci primi cittadini più amati, convinto che per mostrarsi vicino ai cittadini basti indossare un paio di calzini arcobaleno, forse è perché ha capito che ai suoi abitanti sta bene così. Come Bobo Craxi ebbe a dire ai tempi di Tangentopoli: “La magistratura deve andare fino in fondo dappertutto. Si capirà così che Milano è la città più pulita d'Italia”. Aveva ragione, e forse ce l’ha ancora: resta soltanto da capire cosa ne è stato dell’acqua sporca.
La scorta mediatica del modello Milano
L'inchiesta su presunte irregolarità nello sviluppo immobiliare della città mette in crisi anche il racconto ottimista, troppo ottimista della città. Tanto da abbagliare anche chi doveva sorvegliare







