Esistono sottonanze diverse, quelle motivate da un sentimento forte, reale, vissuto. E quelle mosse solo dalle proprie fragilità. Ma, badate bene, la sottonaggine è davvero una brutta bestia

di Valeria Montebello

Quando inizia il caldo il cervello si scioglie e la razionalità evapora. È estate, è tempo di sottonare. Tipo: vuoi venire a fare trekking per un mese in mezzo al nulla insieme alla mia squadra composta da soli maschi che amano il trekking? Tu non hai mai infilato un paio di sneakers e l’unica cosa che conosci della montagna è la fonduta ma dici di sì. Dici sì perché vuoi assecondarlo, seguirlo, perché vuoi sottonare. La sottonaggine, però, non riguarda solo rincorrere gli ideali che il proprio partner si è creato quando guardava Indiana Jones, ma anche e soprattutto, e questa è una versione ancora più tragica della precedente, rincorrere qualcuno che non è il tuo partner, che non ti vuole e non ti vorrà mai. Tutto parte da un momento specifico della vita, dall’estate della vita, dall’adolescenza. Se ci fosse un big bang del sottonismo, sarebbe senz’altro questo.

La punizione per essere stato un sottone al liceo è che quella condizione resterà sempre con te, nascosta in qualche angoletto sudicio, e, nel momento più sbagliato, tornerà a ricordarti chi sei veramente. Di giorno dai consigli ai tuoi amici, consigli ragionati, volti alla dignità e al rispetto di sé ma poi, di notte, senza capire come, ti ritrovi a essere, di nuovo, proprio tu il sottone. Il cervello si scioglie in una poltiglia che si muove come un blob e ti dice: devi sottonare. Alcuni ammoniscono: “Non fare la sottona”! È una frase molto violenta. Ha il potere di mortificare ancora di più la persona che sta subendo pene d’amore. In questa dark age è più facile dire “Uh che schifo sottonare, devi farti rispettare”. E così, puff, a un certo punto qualche essere malvagio ti apre gli occhi, l’incantesimo svanisce, e ti vedi nella tua sottonaggine. Sì sei sottona, è confermato dagli occhi vigili dei tuoi genitori, della tua amica, del dentista. C’è una diagnosi. Tutti lo sanno e quindi ovviamente se ne sarà accorta anche la persona che ti ha spinto, magari anche involontariamente, a sperimentare questa condizione. Ma ci sono anche gli empatici, pronti a riportarci sulla via della sottonaggine. Quelli che non hanno mai smesso di essere sottoni, che sono sempre solidali. “Ti capisco, anche io avrei fatto come te”, dicono in coro. Il punto forte è la fragilità condivisa, ti senti capito e ascoltato, non ti senti solo. Ma ti senti anche spinto a fare cose ancora più sottone perché tanto siamo tutti sulla stessa barca. Poi, da sottoni, ci si raccontano tante storie fantastiche intorno a un falò: non risponde perché sarà stato mangiato da un orso. O sarà stato rapito dagli alieni, o da sua mamma.