Il 21 giugno 1998, Iran e Stati Uniti si sono sfidati in una partita di calcio durante la Coppa del Mondo FIFA in Francia, che si è conclusa con una vittoria 2-1 per l'Iran.
Il leader iraniano Ali Khamenei, in un messaggio alla nazionale, dichiarò: "L'arrogante e forte rivale ha assaporato l'amaro sapore della sconfitta contro l'Iran". Nello stesso giorno, dopo 27 anni, gli Stati Uniti hanno attaccato i siti nucleari iraniani di Fordow, Natanz e Isfahan, con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump che ha parlato di un successo. Ma stavolta non è una sfida di calcio. E gli iraniani, già stremati da dieci giorni di attacchi israeliani, si sono svegliati ancora più provati, incollati ai notiziari. Con una nuova paura, quella radioattiva.
In tanti vogliono che la guerra finisca il prima possibile e il ritorno a una vita normale. Ma c'è anche chi, spinto da un forte sentimento nazionalista ritiene che il proprio Paese debba continuare a combattere per ridurre in cenere Stati Uniti e Israele. "Non dobbiamo arrenderci e dobbiamo rispondere duramente agli attacchi degli Stati Uniti", spiega Masoud, proprietario di un negozio di tappeti. "Non dobbiamo lasciarci ingannare dalle dichiarazioni di Trump, che ha affermato di volere solo che l'Iran abbandoni le sue attività nucleari, perché se Teheran lo facesse, la prossima richiesta degli americani sarebbe quella di porre fine alle nostre attività militari, inclusa la produzione di missili", aggiunge senza mostrare dubbi: "Sono bugiardi e mirano solo a indebolire l'Iran. Siamo potenti in campo militare e possiamo facilmente sconfiggere Israele e gli Usa".













