«Non ci arrenderemo mai». La frase appare in sovrimpressione durante la diretta televisiva serale. È Ali Khamenei in persona a pronunciarla, dopo giorni di assenza. Sguardo fisso in camera, tono fermo, voce meno tonante del solito ma nitida. «La nazione iraniana – scandisce la Guida Suprema dell’Iran – resiste fermamente a una guerra imposta, così come resisterà a una pace imposta». Gli americani «devono sapere che qualsiasi intervento militare sarà accompagnato da danni irreparabili». Poi la minaccia: «Israele ha commesso un grave errore. E sarà punito». È il sesto giorno di guerra. Il leader supremo riappare nel momento più delicato, proprio dopo che era stato dipinto come isolato e braccato, blindato in un bunker con la famiglia e guardato a vista dagli agenti del Mossad, di fatto alla mercé di americani e israeliani che premendo il grilletto potrebbero sbarazzarsene. Narrativa che sa di propaganda, mentre cresce il rischio di un intervento americano e Teheran è sotto assedio. Stando a fonti d’intelligence europee, Khamenei sarebbe rifugiato in un bunker vicino alla città santa di Qom. E avrebbe paura per la propria vita. Avrebbe già dato mandato di preparare il figlio Mojtaba alla successione. Contemporaneamente, tre aerei militari iraniani atterrano a Muscat, in Oman. Uno è l’Airbus A340 presidenziale EP-IGA. Gli altri due sono Airbus A321 con codici JJ25 e JJ26. Il grande aereo è lo stesso usato da Masoud Pezeshkian, presidente dell’Iran, per volare a New York l’anno scorso. La destinazione è nota, la rotta parziale, i passeggeri ignoti. Si sospetta che a bordo potesse esserci lo stesso presidente, ma non c’è conferma ufficiale. L’ipotesi più probabile resta una, la più banale, cioè mettere al riparo gli aerei individuati e destinati a essere colpiti. Bisognava tenerli al sicuro dai bombardamenti israeliani. Renderli pronti all’uso. Il ministero degli Esteri di Teheran smentisce seccamente le speculazioni su una missione negoziale: «Nessuna delegazione negoziale è stata inviata a Muscat».