La psicologa Nicoletta Cinotti: “Cambiare il modo in cui interpretiamo, gestiamo e trasformiamo l’insuccesso, ci aiuta a vivere una vita più piena, ricca e consapevole. Non è una strada senza uscita, è un percorso alternativo che potrebbe portarci a una destinazione ancora migliore”

di Stefania Medetti

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Thomas Edison l’aveva posta in questi termini: “Non ho fallito. Ho trovato diecimila alternative che non funzionano”. Ma non è sempre facile guardare ai nostri insuccessi da questa prospettiva. Soprattutto perché viviamo in un’epoca che si nutre di success stories e non perde occasione per raccontarle. Neanche noi, spettatori di questo tipo di narrativa siamo immuni al suo richiamo, basta dare un’occhiata ai social per rendersi conto di quanta (e quale) parte della vita sia messa in vetrina e di quanta (e quale) parte resti invece in ombra. Nell’inarrestabile glorificazione del successo, dunque, il fallimento è una condizione di cui - stando agli ultimi dati di Global Entrepreneurship Monitor - abbiamo sempre più paura. Il 49% degli imprenditori intervistati in cinquanta paesi, infatti, ha dichiarato che la paura del fallimento è un ostacolo al lancio di un nuovo business, un dato in crescita del 10% rispetto ai tempi pre-pandemia. Ma anche senza arrivare al mondo del business, tendiamo a giocare in difesa nel timore del fallimento. “Siamo biologicamente programmati per identificarci con i nostri successi e insuccessi, perché questo era necessario per la sopravvivenza -, risponde la dottoressa Nicoletta Cinotti, psicologa e autrice di Genitori di sé stessi - Mindfulness e reparenting (Enrico Damiani Editore) - Il ‘better safe than sorry’ è parte della nostra storia”. (https://www.nicolettacinotti.net/). Il problema nasce quando questa tendenza travalica gli argini: “Quando falliamo, non solo pensiamo ‘ho fallito in questa cosa’, ma diventiamo ‘io sono un fallimento’. Questo accade perché quando ci imbarchiamo in un progetto, investiamo emotivamente e psicologicamente e il fallimento non è solo un evento esterno, ma diventa una ferita all’identità che avevamo costruito attorno a quel sogno”.