Finora nulla impedisce di esportare petrolio dal Golfo Persico. E se la storia è maestra difficilmente le forniture potranno essere compromesse in modo grave, salvo che vengano colpiti giacimenti. Ma i rischi, per quanto teorici, sono aumentati con l’esplosione del conflitto tra Israele e Iran. Ed è a questi che reagisce il mercato, spingendo in rialzo non solo il prezzo del greggio ma anche i costi per trasportarlo.

Questi ultimi si sono anzi impennati in modo ancora più verticale delle quotazioni del greggio. Il Brent – che dopo la correzione di lunedì 16 è tornato ad apprezzarsi di oltre il 4% martedì, riguadagnando quota 76 dollari al barile – è rincarato di circa 10% da quando Israele venerdì 13 ha attaccato l’Iran. Nello stesso arco di tempo i noli spot delle petroliere più grandi sono aumentati di oltre il 60% sulle rotte tra il Medio Oriente e i principali mercati asiatici: per una Vlcc (Very Large Crude Carrier, da 2 milioni di barili di capacità) il costo indicativo supera 50mila dollari al giorno, tra il Golfo Persico e la Cina.

Anche i costi assicurativi sono destinati a crescere, in particolare per quando riguarda il premio per il rischio guerra: si potrebbe arrivare ad un range fra 3 e 8 dollari al barile, a seconda di quanto si aggrava la situazione, prevede Emril Jamil di LSEG Oil Research.