Il 12 settembre del 2002 Benjamin Netanyahu, allora a capo dell’opposizione in Israele, lascia un’impressionante testimonianza al Congresso degli Stati Uniti. L’America di Bush junior, ancora sconvolta dall’11 settembre, ha spazzato via il regime dei Taleban in Afghanistan e ha messo nel mirino l’Iraq di Saddam Hussein. Ma la Cia non ha le prove che Baghdad abbia davvero aiutato i terroristi di Al-Qaeda o stia cercando di costruire ordigni atomici. Manca la pistola fumante. E Netanyahu gliene fornisce una. Del tutto falsa ma molto suggestiva. Saddam, spiega in base a rapporti del Mossad, ha creato un’industria atomica sparsa e difficile da localizzate, addirittura con piccole centrifughe, “delle dimensioni di una lavatrice”, piazzate in edifici civili. I deputati americani rimangono impressionati, l’ala neocon dell’Amministrazione, guidata da Dick Cheney, ci balza su, stressa i suoi agenti dei servizi per trovino prove concrete. Non ne trovano ma emerge un altro dossier da brividi: i carichi di uranio dal Niger all’Iraq. Anche questa è una bufala. Subito però cavalcata da tv e giornali. Pochi mesi dopo lo skyline di Baghdad si illumina di rosso sotto un diluvio di bombe e missili americani. Per Saddam è la fine, per l’Iraq l’inizio di una guerra, poi civile, settaria, finita solo con la sconfitta definitiva dell’Isis nel 2019, e mezzo milione di morti che si potevano evitare.
Netanyahu ha quasi convinto Trump e perché Khamenei ha già scelto il “martirio”
Saddam Hussein, le prove inesistenti, la fine del regime ieri. Oggi altra polveriera in Iran. I morti che si possono evitare













