Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano
17 GIUGNO 2025
Ultimo aggiornamento: 7:08
“Quando sono scappato dal mio Paese, il Mali, sono finito in Libia perché mi avevano offerto un lavoro lì. Non avendo alternative, ho accettato. Non avevo capito che in realtà ero stato venduto come schiavo. Una sera due uomini mi hanno chiuso in un posto dove ho visto cose a cui non avrei mai creduto se non le avessi viste con i miei occhi. Le vedevo e pensavo, ‘ecco, la mia vita sta per finire’. E a dire il vero, speravo che mancasse poco alla mia fine perché sentivo di non avere altra via d’uscita”. Moussa è arrivato in Italia nel 2014 e sono ormai diversi anni che ha imparato a raccontare della fuga dal suo Paese in guerra e delle torture subite in Libia. Ha il timbro fermo di chi ha lottato per riuscire a dare una forma all’indicibile e ha trovato nella parola la via per il riscatto. “In Italia, appena arrivato, sono stato a Genova. Lì ho scoperto dalle persone con cui vivevo che di notte nel sonno urlavo, ma io non me ne rendevo conto”. Dopo Genova è stata la volta di Roma dove per caso è entrato in contatto con il Centro Astalli, una delle poche realtà italiane che offrono supporto specifico alle vittime di tortura.







