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2 MARZO 2026
Ultimo aggiornamento: 7:55
Il caso di R., un ragazzo di ventiquattro anni arrivato in Italia lo scorso dicembre, riaccende i riflettori sull’Ufficio immigrazione di via Patini a Roma. La sua non è la storia di uno sbarco sulle coste del Sud Italia, ma quella di una persona regolarmente atterrata a Fiumicino attraverso un corridoio umanitario, frutto di un protocollo tra istituzioni e organizzazioni religiose come la Comunità di Sant’Egidio. “Un’alternativa legale e sicura… un modo per rispondere anche alla domanda sulla nostra sicurezza”, è scritto sul sito del ministero degli Esteri, che spiega il “patrocinio privato” degli enti che garantiscono alle persone “alloggio e assistenza economica per il periodo di tempo necessario all’espletamento dell’iter della richiesta di protezione internazionale”. Eppure, secondo quanto denunciato da Baobab Experience, una delle realtà del volontariato che si fa carico dell’assistenza nella Capitale, il trattamento ricevuto alla Questura di Roma descrive una realtà ben diversa.
R. è un sopravvissuto: ha visto il fratello morire in mare dopo che la loro barca era stata speronata dalla Guardia nazionale tunisina, per poi essere venduto alle milizie libiche e condotto nel centro di detenzione di Al-Assah, lungo il confine tra i due paesi, vittima di una tratta ormai nota. In quel centro gestito da milizie legate al governo di Tripoli, avrebbe patito torture e traumi profondi “che lo hanno portato più volte a tentare il suicidio”, spiega Baobab nel suo comunicato. Che poi racconta l’esperienza a Roma, il corridoio umanitario che si infrange sugli uffici della Questura. Il giorno della convocazione a via Patini, riferiscono, nonostante l’appuntamento documentato gli è stato prima chiesto di andarsene per carenza di personale e poi detto che il suo incontro non risultava nel sistema.






