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La sentenza Cedu da torto a un gruppo di migranti salvati dalla Guardia costiera di Tripoli e reclusi in un centro. "L'Italia non controlla le acque libiche anche se ha formato i militari e fornito loro le navi", dicono i giudici Cedu

«L’Italia non può essere ritenuta responsabile per le azioni della Guardia costiera libica». A dirlo non è Matteo Salvini o il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ma i giudici della Corte europea dei diritti dell’uomo che hanno respinto il ricorso presentato da 14 sopravvissuti a un naufragio che hanno presentato ricorso. Una loro vittoria avrebbe potuto minare gli accordi internazionali stipulati da diversi paesi dell’Unione Europea con la Libia.

Nel 2017 un’imbarcazione con a bordo 150 persone a bordo è naufragata nel Mediterraneo. Venti non sono sopravvissuti, una parte è stata riportata in Libia dalla Guardia costiera di Tripoli mentre un gruppo di migranti è stato successivamente soccorso dall’organizzazione umanitaria Sea Watch ed è stato condotto in Italia, dove ha sporto denuncia contro il nostro Paese. La Corte di Strasburgo ha dichiarato il caso inammissibile, perché a loro giudizio l’Italia non aveva al tempo «un controllo effettivo» delle acque al largo di Tripoli. Chi è riuscito a uscire sano e salvo dal disastro navale è stato condotto al Centro di detenzione di Tajura a Tripoli, dove sarebbe stato picchiato e maltrattato. Azioni di cui l’Italia per i giudici della Cedu non ha alcuna responsabilità.