«Hezbollah non lancerà un attacco contro Israele in rappresaglia ai bombardamenti sull’Iran».

Come siano cambiate le cose, in peggio, per l’Iran, lo si è intuito subito la sera del primo raid contro i siti nucleari iraniani. Citato dall’agenzia Reuters, un alto funzionario ha riassunto così la posizione del Partito di Dio (significato della parola araba Hezbollah), ovvero fino a un anno fa la milizia armata più temibile del mondo sciita dopo quella iraniana e tra le più letali della regione.

Hezbollah era la longa manus di Teheran sul Mediterraneo. Addestrata, sostenuta politicamente e finanziariamente dai Guardiani della Rivoluzione.

Dietro Hezbollah si muovono le altre milizie che compongono il cosiddetto “Asse della Resistenza”, quell’universo di gruppi armati sciiti filo-iraniani attivi tra Siria, Iraq, Yemen e Libano. La seconda e pericolosa linea di Teheran.

Negli anni passati molti tra vertici militari, analisti e politici israeliani avevano condiviso la necessità di colpire i siti nucleari iraniani con un raid simile – anche se più complesso – a quello lanciato contro il reattore iracheno di Osirak nel 1981, per fermare il programma nucleare di Saddam Hussein. Erano tuttavia frenati dallo stesso timore: la reazione di Hezbollah, e del loro enorme arsenale di missili, e un attacco dalla Siria. I conflitti seguiti al massacro del 7 ottobre 2023 hanno modificato radicalmente gli equilibri. La “guerra d’autunno” scatenata da Israele contro Hezbollah ha decapitato la leadership militare del Partito di Dio, ridotto il numero dei miliziani e colpito l’arsenale, azzerando quasi le rampe di lancio dei missili a lunga gittata. Hezbollah non è stato sconfitto, ma è stato colpito duramente, quasi demoralizzato.