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Angelo Rossano

Commercianti, ristoratori e farmacisti furiosi. Questo blackout è l’occasione per rompere una certa ipocrisia legata alla fantasmagorica rappresentazione di Torino per far emergere debolezze di sistema, di competenze, di strategie

«L’ultimo che lascia la città, spenga la luce», si diceva in una Detroit in declino, già capitale statunitense dell’auto in crisi di futuro. A Torino, già capitale italiana dell’auto e aspirante capitale dell’aerospazio (e della cucina, e del tennis, e del cinema, e dell’egittologia…) in crisi di futuro, non si è atteso che l’ultimo lasciasse la città per spegnere la luce. D’un tratto è sceso il buio. Interi quartieri sono rimasti senza corrente elettrica, in alcuni casi dalle 14 a notte fonda tra domenica e lunedì. E così, disagi si sono registrati da Vanchiglia a Barriera di Milano, passando per Mirafiori, Borgo Vittoria, San Secondo fino al centro, quest’ultimo rimasto al buio fino alla fine dell’energetico (e certamente energivoro) concertone che ha allietato la notte torinese in piazza Castello. E così, mentre Ghali, Baby K, The Kolors, Capo Plaza e Willie Peyote cantavano, i cittadini salmodiavano irripetibili inni dedicati a Iren (società distributrice dell'energia elettrica). Già, Iren, al Corriere ha fatto sapere che il blackout non dipendeva dal concerto, «perché questi eventi hanno generatori propri». E magari qualcuno, visti il caldo e l’aria che tira, potrebbe pure prenderlo come un suggerimento e acquistare così un proprio generatore personale. Fatto sta che un blackout ha spento la città.