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Andrea Laffranchi

Il cantautore a Milano per il tour negli stadi: ospiti Elisa e Carboni. Nel finale il pensiero a chi perde la casa per la guerra

Cesare Cremonini non vuole più viaggiare da solo. Troppo dolore. Troppa sofferenza. Lo grida ai 57 mila di San Siro che ieri sera hanno preparato la valigia per accompagnarlo in questo tour negli stadi: 12 date in 8 città, tutto sold out. Il viaggio di cui parla Cesare è fisico. Quello che lo ha portato ad attraversare l’America in auto su su fino ai ghiacci dell’estremo nord e che gli ha acceso la scintilla per l’ultimo album «Alaska Baby». Con lui c’era anche un regista ad accompagnarlo e a mitigare l’isolamento, ma è soprattutto un viaggio interiore l’oggetto al centro di questo progetto.

«Ho ritrovato un contatto con l'emozione e non con l'ego»La vera solitudine, quella da cui fugge, Cesare l’ha vissuta in altri momenti. È qualcosa di personale e profondo, che gli corre dietro e non lo molla. «Per questo disco mi sono messo in discussione, ho ritrovato un contatto con l’emozione e non con l’ego. E da lì è arrivato il coraggio di riprovare a donare sentimenti», raccontava il cantautore alla vigilia dello show. È anche una solitudine artistica la sua: quindici anni fa gli stadi se li sognava dal ridotto di camerini improvvisati per quei concerti gratuiti che era costretto a fare in giro per le piazze di mezza Italia. «Il giocattolo Lùnapop si era rotto e questo aveva creato qualche difficoltà nel togliere certe etichette». Quelle se le è strappate via da solo, lavorando a dischi e canzoni coerenti con la sua idea di qualità e musica e non con le varie mode dei vari momenti e che oggi l’hanno portato qui. Al centro di un palco enorme, con un megaschermo che nei visual ha il filo conduttore dei profili delle montagne innevate e del ghiaccio dell’Alaska, fra il documentario paesaggistico da National Geographic e visioni psichedelico-digitali, ma niente scorciatoie dell’AI che sono fredde, ma in un altro senso.