Il cielo sopra San Luca è ancora lattiginoso, quando comincia il concerto. Fuochi d'artificio e «Alaska Baby» aprono la prima serata della doppia data bolognese di Cesare Cremonini. E comincia il viaggio, quello che riflette il percorso personale e professionale dell'artista lungo 25 anni e quello che lo ha visto attraversare da solo l'America fino a raggiungere il sogno delle aurore boreali nel Circolo Polare artico in Alaska.
Comincia presentandosi a un pubblico che lo conosce benissimo come compagno di mille scorribande - seconda canzone in scaletta e primo autoritratto della serata, tra serio e faceto - con «Dicono di me», quella in cui i detrattori (spariti velocemente, come il ciuffo rosso degli esordi) lo definiscono «una stupida frase da dire davanti a un caffè». Inizia in total black, con giacca di pelle nera in una di quelle notti d'estate in cui Bologna si presenta accaldata, terribilmente umidiccia ma estremamente affettuosa. Segue «Padre Madre», altro racconto di sé, ma soprattutto canzone-dedica. Cesare che cresce, sceglie la musica, lascia il nido e sale «sulla nave dei potenti». Cesare mentre canta le sue prime note. Il padre che ora lo guarda dal cielo, la madre che non si perde un concerto nemmeno adesso. E che sicuramente lo considera «ancora il più prezioso tra i diamanti». È tra il pubblico, mamma Carla, come l'amico Valentino Rossi.













