Israele non ha aspettato. Con l’attacco di ieri notte all’Iran, nelle more di un traballante negoziato Usa-Iran che comunque andava di traverso a Benjamin Netanyahu, Gerusalemme ha preso nelle proprie mani – militari – le sorti del programma nucleare iraniano. L’obiettivo è di impedire che Teheran abbia la bomba atomica. Né più né meno. Il manuale di sopravvivenza dello Stato di Israele è molto semplice. Nelle crisi, giocare d’anticipo, vedi eliminazione dell’aviazione egiziana e siriana allo scoppio della guerra dei Sei Giorni del 1967. Quando un vicino si avventura sul terreno nucleare, eliminarne subito le capacità in fieri, come con l’Iraq di Saddam nel 1981 e la Siria di Assad nel 2007.
Giordania, le sirene dell'allarme aereo suonano nella capitale Amman
Nulla di nuovo sotto il sole dunque. Ma, nel caso, dell’Iran tutto molto più complesso, questo richiede una campagna sostenuta, incisiva, pesante e prolungata contro le superprotette centrali dove l’Iran arricchisce l’uranio e tutta la rete di capacità militari, difese antiaeree, strutture di comando e controllo dalla quale sono circondate.
Anche gli scienziati e i tecnici nucleari, i vertici militari e delle Guardie rivoluzionarie diventano bersagli dell’offensiva com’è stato nella prima notte di attacchi. Prima perché ce ne saranno altre. Netanyahu è stato chiarissimo: andremo avanti “finché sarà necessario”. Il quanto necessario dipenderà anche dalla risposta iraniana. Già preannunciata. I due attacchi dell’anno scorso erano falliti grazie alle difese israeliane supportate da Usa, Uk e, indirettamente, dai vicini arabi. Ma Teheran ha, in teoria almeno, notevoli capacità missilistiche offensive. Se riesce a colpire Israele, alza l’asticella della guerra.












