Lo stallo del negoziato non sembrava irreparabile. Domenica in Oman era già stato fissato un incontro fra Steve Witkoff, l’inviato del presidente Trump, e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Ma per la prima volta in 20 anni, mercoledì l’Agenzia internazionale per l’energia atomica aveva denunciato la violazione iraniana degli obblighi riguardo al controllo e la riduzione del suo programma nucleare: l’Iran aderisce al Trattato sulla non-proliferazione.

L’ostacolo principale alla trattativa fra Stati Uniti e Iran riguardava l’arricchimento dell’uranio che, se portato al 90%, può essere usato per scopi militari: cioè produrre un ordigno. L’Iran voleva avere il pieno controllo della produzione di quel metallo, per scopi esclusivamente civili; gli Stati Uniti rispondevano che Teheran non avrebbe mai avuto una bomba atomica e gli sarebbe stato impedito a qualsiasi costo realizzarla. L’Iran voleva anche che gli americani s’impegnassero subito a ridurre le pesanti sanzioni economiche imposte al paese.

Ma la trattativa sarebbe proseguita. Il suo risultato finale avrebbe dovuto essere la garanzia che il programma nucleare iraniano sarebbe rimasto civile e controllato dall’agenzia internazionale per almeno il prossimo decennio. Un’alternativa bellica pareva non essere nell’interesse di nessuno. Era tuttavia triste ricordare che l’accordo in discussione, fondamentale per la stabilità in Medio Oriente e non solo, era più o meno la copia di quello concordato un decennio fa da Barak Obama, europei, russi e cinesi con gli iraniani. Nel 2018 era stato Donald Trump a cancellarlo: lo stesso presidente che ora lo voleva ripristinare.