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Ultimo aggiornamento: 12:48

Ogni 1.000 istruttorie chiuse il 2,5 circa si conclude con l’adozione di provvedimenti interdittivi antimafia. Così scrive la Direzione Investigativa Antimafia (DIA) nella sua relazione, da quest’anno annuale. Lo 0,25% delle imprese sono quindi imprese in cui c’è un serio rischio di infiltrazione mafiosa.

Sono tante o poche? Stiamo parlando di rischio di infiltrazione. Fossero in mano alla mafia sarebbero state sequestrate, non sarebbero state oggetto di interdittiva. In questo caso l’azienda non è sequestrata, ma le si blocca la partecipazione agli appalti pubblici. Oppure, se gestisce un ristorante, le si revoca la SCIA e chiude i battenti. Se il tentativo viene considerato occasionale, prima di interdirla, la società può essere invitata ad adottare delle azioni di self cleaning. La cosiddetta Collaborazione preventiva.

Proviamo ora a fare un confronto. Secondo Istat l’economia illegale rappresenta circa l’1,1% del Pil italiano. Si escludono però estorsioni, usura e traffico d’armi. Secondo l’istituto di ricerca Transcrime le attività illegali generano ricavi pari in media all’1,7% del Pil (25,7 miliardi di euro). Un dato di qualche anno fa ma un punto di riferimento importante. Non tutto però va alle mafie. Solo una quota delle attività illegali finisce alle organizzazioni mafiose (tra il 32% e il 51%). Tra gli 8,3 e i 13 miliardi di euro. Se prendiamo la cifra più bassa è pari allo 0,54% del Pil. Considerando che qui si parla di soldi da investire nell’economia legale, mentre con le interdittive si parla solamente di tentativi di governare l’azienda per dirigerla e generare benefici alle organizzazioni criminali, lo 0,25% lo ritengo basso. Per logica dovrebbe essere almeno uguale se non maggiore a 0,54.