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Ultimo aggiornamento: 7:55

Credo che non ci sia nulla di più stupido in politica che interpretare i voti ai referendum come se fossero per l’elezione per il Parlamento. Il centrosinistra lo ha fatto costantemente prima del pronunciamento delle urne, danneggiando la campagna referendaria, e lo fa tuttora.

Nel 1985 il Pci promosse il referendum, voluto da Enrico Berlinguer morto un anno prima, contro il taglio alla scala mobile dei salari deciso dal governo di Bettino Craxi. Nonostante una campagna elettorale in totale isolamento, con tutto il sistema economico, politico e sindacale contrario, con la Cgil neutrale perché bloccata dal veto della componente socialista alleata dei miglioristi del Pci, alla fine il Sì raggiunse il 46% e quasi 16 milioni di voti. Che ovviamente il Pci non fece la sciocchezza di intestarsi.

Nel 2003 fui tra i promotori di un referendum che chiedeva di estendere la tutela contro il licenziamento ingiusto dell’articolo 18, ancora non distrutto da Monti e Renzi, anche ai lavoratori delle aziende sotto i 15 dipendenti. Per il Sì c’erano la Fiom, il sindacalismo di base e molto tiepidamente la Cgil, mentre sul piano politico c’era solo Rifondazione comunista. L’antenato del Pd, i Ds, assieme alla Margherita di Prodi e alla destra, condusse una intensissima campagna per l’astensione. Che fu vincente, il quorum non fu raggiunto anche se circa 11 milioni di persone andarono a votare Sì. E a nessuno venne in mente di fare conteggi politici arditi.