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Ultimo aggiornamento: 8:00

Tutti sanno che il referendum è una corsa truccata per ragioni di prudenza costituzionale. In effetti, una parte ha a disposizione due risultati su tre. Chi propone il referendum sa che la sfida è dura: bisogna iniziare la partita, cioè superare il quorum del 50%, e poi vincerla. Gli avversari dei referendari sono molto più tranquilli, ma fino ad un certo punto perché si può vincere, anche passivamente, in tanti modi. Mai come in questi casi la matematica, il gioco dei numeri, può creare illusioni.

Consideriamo il primo quesito referendario, quello sul reintegro, forse il piatto forte di questa tornata. La destra è in festa perché è riuscita con la sua strategia ostruzionistica a impedire il raggiungimento del quorum. Il sabotaggio a reti unificate ha funzionato, e questo era facilmente intuibile data la polarizzazione politica. Quindi una vittoria a tavolino, ma non così netta. In fondo hanno detto che avrebbero voluto una legge differente sul lavoro più di 12,2 milioni di elettori.

Il dato è molto interessante perché questa è stata la soglia che ha consentito alla destra-destra di fare cappotto alle scorse elezioni, grazie alla strategia suicidaria di Letta. Allora il centrosinistra prese 7,3 milioni di voti, il Movimento 5 Stelle 4,3 milioni, ma andando separati hanno regalato decine di seggi uninominali agli avversari. Quindi, invece di dimostrare la debolezza della coalizione progressista per il mancato quorum, a mio avviso, il referendum ne mostra la forza sostanziale. Andare verso destra, come vorrebbero molti progressisti moderati, non porterebbe a nulla. Il fronte progressista può ben essere competitivo e i voti reali lo mostrano.