La mano è ferma, anche dopo 6 ore di battaglia all'ultimo colpo. Il volto solo apparentemente sereno, perché dentro anche Jannik Sinner è una tempesta di emozioni. Al centro del campo, subito dopo aver perso la finale del Roland Garros più lunga di sempre ed entrata già di diritto nel novero ristretto dei più grandi match di tennis della storia (con la rivalità con Carlos Alcaraz destinata a segnare una generazione), il 24enne altoatesino mostra un po' di orgoglio, sovrastato come logico dalla enorme delusione per un match in cui partiva da sfavorito sulla terra rossa, pur essendo numero 1 al mondo, giocato alla grande per quasi tutta la durata e segnato irrimediabilmente dall'aver sciupato due set di vantaggio e 3 match point.

“È più facile giocare che parlare adesso. Abbiamo dato il massimo, abbiamo dato tutto. Pochi mesi fa avrei firmato per essere qui. Anche se ora è molto difficile", riconosce affranto salutando il pubblico parigino, decisamente ostile e sbilanciato a favore dello spagnolo.

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La delusione di Jannik Sinner è grande. Quasi quanto la gioia di qualsiasi tifoso di tennis nell'assistere al...

In tribuna mamma Siglinde, seduta dietro ai coach Cahill e Vagnozzi, è stata inquadrata spesso dalla regia: letteralmente divorata dalla tensione, incapace addirittura di sorridere quando il figlio metteva a segno una delle decine di punti da sogno di questa finale. Troppa paura, diventata addirittura panico quando Jannik è entrato in un loop negativo che l'ha portato fino al quinto set, dove tutto sembrava perduto, salvo poi rinascere di colpo e giocarsi la vittoria al super-tiebreak, unica conclusione degna di questa roulette russa tra fenomeni. Non c'era invece papà Peter e perché lo ha spiegato lo stesso Sinner, con la più straordinaria naturalezza possibile.