Alle 19,24 ora di Londra di domenica 13 luglio, subito dopo essere diventato il primo tennista italiano ad espugnare l’erba di Wimbledon in centoquarantotto anni di evoluzione dell’uomo, Jannik Sinner ha, nell’ordine: stretto la mano a Carlos Alcaraz, l’avversario, sorriso agli allenatori, la famiglia itinerante, salutato il giudice di sedia, la massima autorità. Poi, finalmente, ha preteso un momento per sé stesso.
Nella bolgia del campo centrale, sotto lo scroscio di applausi che ogni anno spezza il silenzio inviolabile del quindici più sacro della stagione del tennis, il match point della finale, Jannik si è accosciato sul prato, puntellandosi con il manico della racchetta come se nella tempesta gli servisse un ancoraggio. Dentro lo spazio intimo creato da quella posizione di raccoglimento ha tuffato testa e pensieri (quanti e quali glielo avremmo chiesto poi, ottenendo una risposta evasiva), in cerca di un ascolto da cui ha tagliato fuori il mondo. Per uno, due, tre, dieci lunghi secondi, il re è rimasto solo. A sancire che quella solitudine potesse, e dovesse, essere condivisa hanno provveduto cinque vigorose pacche sul prato, una sorta di virile carezza alla pelouse di quell’affascinante animale chiamato Wimbledon. E la festa, a quel punto, è cominciata.








