Alla fine è stato Paolo Gentiloni a risolvere il giallo che, da alcuni giorni, lo riguardava. Andrà a votare al referendum, non ci andrà e, nel caso andasse, cosa voterà? Come aveva anticipato Libero, l’ex premier, ex ministro del Pd e commissario Ue, andrà alle urne domenica o lunedì. Ma non seguirà la linea proposta da Elly Schlein, segretaria del Pd, ossia quella dei 5 sì. «Andrò a votare, anche per il ruolo istituzionale che ho ricoperto», ha spiegato in un’intervista a La Stampa. Ma, ha aggiunto, «sul Jobs Act per coerenza voterò certamente no». A quello sulla cittadinanza, invece, «voterò sì». Le ragioni sono le stesse spiegate da alcuni riformisti dem nei giorni scorsi: «Dovremmo occuparci del potere d’acquisto delle famiglie e degli stipendi bassi», ha spiegato Gentiloni, «piuttosto che promuovere un referendum che sembra una resa dei conti nel nostro album di famiglia».

Una posizione, quella espressa pubblicamente da Gentiloni a pochi giorni dalla consultazione, che pesa nel dibattito che divide il Pd. Gentiloni infatti non è solo un ex premier, ma è uno dei fondatori del Pd. Pur senza nominarlo, gli risponde Andrea Orlando, che pure era ministro nel governo che approvò il Jobs Act fu approvato: «Nel programma del Partito Democratico c’era scritto che era necessario superare il Jobs Act. E non era una resa dei conti con il Jobs Act, era la presa d’atto che la competizione tra i Paesi, basata sul contenimento del costo del lavoro e sulla flessibilizzazione del lavoro non era più una strategia perseguibile».