Sintetizzare in poco spazio la tragedia greca, questa forma d’arte che continua a sbigottirci dopo due millenni e mezzo, è impresa impossibile. Quel che si può fare è toccarne alcuni punti significativi. Il primo è che la tragedia nasce da un meccanismo di estrema semplicità. All’inizio sta un coro, che canta e danza, accompagnato dalla musica. Dal coro si stacca un solista. Il solista avvia un dialogo con il coro e diventa di fatto un attore, il primo, a cui poi se ne aggiungeranno un secondo e un terzo. Il numero dei tre attori non verrà mai superato, come non verrà superato – non per caso ma per deliberata volontà – l’estremo ascetismo dei testi e delle scenografie.
La tragedia greca: la lezione di Walter Lapini | Le lezioni del Corriere
Nata da un semplice dialogo tra coro e attore, la tragedia greca si è imposta come forma d’arte capace di indagare le contraddizioni dell’animo umano, i limiti del potere, l’ambiguità della giustizia e il ruolo degli dèi. Attraverso miti rivisitati e conflitti senza soluzione, ci parla ancora oggi senza offrire verità assolute ma sollevando domande che restano aperte







