Nel 442 a.C. viene messa in scena per la prima volta l’Antigone di Sofocle: racconta di Antigone, figlia e sorella di Edipo – della sua decisione di non rispettare la legge del nuovo sovrano di Tebe, suo zio Creonte, e di seppellire il cadavere di suo fratello Polinice, andando così incontro alla morte. Che l’Antigone sia uno dei grandi capolavori della letteratura greca, è qualcosa su cui tutti concordano. Quale sia il vero tema in discussione nella tragedia, è invece oggetto di discussioni infinite tra gli studiosi e i lettori. Una tradizione autorevole e condivisa ha insistito sulla centralità della figura di Antigone, che sarebbe la vera e unica protagonista positiva in scena: Antigone è l’eroina solitaria che non ha paura di opporsi alle decisioni del tiranno Creonte; è la voce della verità, la coscienza morale disposta a pagare con il prezzo della vita pur di non piegarsi all’ingiustizia. Così pensava ad esempio il grande scrittore Bertolt Brecht, che riscrisse una memorabile versione dell’Antigone, ambientandola tra le rovine di una Berlino nazista ormai prossima al collasso, tra generali con la svastica al braccio e partigiani impiccati per le strade. È una lettura sicuramente possibile. Ma non l’unica.