Quando il sipario del Teatro Argentina a Roma si apre vediamo sette pannelli lignei disposti intorno al palcoscenico. E un cadavere appeso in alto sulla scena.
Sono le sette porte di Tebe e quel corpo privo di vita potrebbe essere quello di Polinice, ucciso dal fratello Eteocle per il potere sulla città ed al quale il vincitore si rifiuta di dare sepoltura. Ma è proprio per pietà nei confronti del fratello morto che parte la lotta di Antigone per seppellirlo.
Sin qui la tragedia “I sette contro Tebe “ di Eschilo e “Antigone” di Sofocle. Ma qui non siamo in una tragedia antica, siamo in un pezzo di teatro danza, “Antigone” appunto, concepito dal norvegese Alan Lucien Øyen per il Teatro di Roma. Rassegna che si svolge a Caracalla ma che Øyen ha voluto per il proprio spettacolo al chiuso di un teatro tradizionale. Giustamente: la concentrazione necessaria per seguire la pièce non ha bisogno di distrazioni.
E forse non di così tanti simboli (e di tempi meno bauschiani: quasi tre ore): sono Eteocle e Polinice i due ragazzi che fanno la lotta? È il padre Edipo l’uomo severo con la barba bianca? Lo spettacolo avanza con molto testo e molte scritte in alto sul palcoscenico. Comprese citazioni di donne vittime, donne violate, donne mito. Da Monica Lewinsky a Daphne Caruana Galizia, la eroina maltese uccisa in un attentato per la sua lotta contro la corruzione del governo dell’isola.







