ROMA - I promotori della consultazione lo hanno bollato come la principale leva di precarietà nel nostro Paese. Al contrario, chi difende la norma, ricorda che soltanto la flessibilità crea occupazione. Il primo dei cinque referendum sui quali si voterà domenica e lunedì prossimi riguarda la norma più evocativa del Jobs act: cioè la riforma dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, baluardo (prima del 2015) ai licenziamenti nelle aziende con più di quindici dipendenti.
Nel quesito, presente sulla scheda verde della consultazione lanciata dalla Cgil, si chiede «l'abrogazione del decreto legislativo 4 marzo 2015, n. 23, recante "Disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183" nella sua interezza». In estrema sintesi, nel 2014, e all'interno del sistema dei contratti con tutele crescenti, l'allora governo Renzi dispose che in tutti i rapporti avviati dopo il 7 marzo del 2015 il lavoratore aveva diritto in caso di licenziamento illegittimo a un indennizzo economico dai 6 ai 36 mesi di stipendi, da calcolare sulla base all'anzianità di servizio. Soprattutto non c'era più la reintegrazione nel posto di lavoro. Questa, da allora, è limitata a pochi casi specifici, come il licenziamento discriminatorio o in violazione delle tutele previste in materia di maternità o paternità.














