Quasi tutti hanno famiglia e figli, in alcuni casi sono plurilaureati e super qualificati ma di mestiere hanno scelto – o ci si sono ritrovati – di indossare cuffie e microfono per fare assistenza clienti e ora rischiano di perdere il lavoro. Sono gli operatori di call center, circa 40mila in Italia stando ai calcoli delle segreterie nazionali di Slc Cgil, Fistel Cisl, Uilcom Uil, minacciati da una crisi che dura da anni e che sta annientando i loro progetti di vita. “Ci sentiamo sotto ricatto – dicono a ilfattoquotidiano.it -, ma sappiamo di essere necessari, gli utenti ci richiedono e noi vogliamo lottare per tutelare la nostra professione”.

“Si fanno la guerra e paghiamo noi” – Chi aveva scommesso tutto su questo comparto è Francesco Foglia, 51 anni, attualmente lavora per Network contacts a Crotone ma ha 25 anni di esperienza alle spalle. Ha iniziato nei call center per pagarsi gli studi universitari in Ingegneria, ha pensato fosse un lavoretto sicuro per mantenersi e diventare indipendente, poi gli hanno proposto un contratto a tempo indeterminato nella società Abramo, oggi in fallimento, e lui ha accettato rinunciando alla laurea. “Ho fatto parte per 15 anni dello staff da responsabile”, racconta a ilfattoquotidiano.it. Quando è arrivata la crisi di Abramo ha scelto il demansionamento per mantenere il posto di lavoro ed è diventato operatore di call center. “Questo settore – racconta – ci ha dato tanto: ha permesso a colleghi come me di farsi una famiglia, di mandare i figli a scuola. Non sputiamo nel piatto in cui mangiamo, ma ora stanno battendo sotto i piedi la nostra dignità“. Foglia teme il licenziamento perché Poste italiane ha tagliato la commessa alla società per cui effettua il servizio per ragioni ancora da chiarire. “Poste italiane e Network contact si stanno facendo guerra tra loro – dice -, e chi ne fa le spese siamo noi”.