«Ho tre figlie, tre ragazze, tre future donne e ho fatto questa scelta di rivolgermi al sindacato e di iniziare questa battaglia, anche e soprattutto per loro, per il loro futuro». Sara Cantelmo, 40 anni, è un’operaia che fino a pochi giorni fa lavorava in una fabbrica a Pomezia che si occupa di elettrotecnica e di elettronica. Questa azienda, tramite un’altra società, lavora per una grande multinazionale che alleggerisce il costo del lavoro usando ditte in subappalto. Ma tutto questo Cantelmo non lo sa: il contratto a tempo indeterminato le sembrava la svolta, poi però i conti in busta paga non tornano e chiede al sindacato dei metalmeccanici, la Fiom, di aiutarla. Pochi giorni dopo, le è arrivata una lettera: licenziata.
Come è successo?
«Ho iniziato a lavorare in fabbrica nel 2024 e dopo otto mesi mi hanno fatto il contratto a tempo indeterminato. Ma durante questi mesi chiedevo spiegazioni sulla retribuzione ricevuta perché non era congrua con quanto pattuito durante il colloquio».
Quanto guadagnava?
«Millecento, milleduecento euro al mese. Ci arrivavo, però, perché nello stipendio mi spalmavano la tredicesima e il bonus mamma. Soldi che avrei dovuto prendere in più. Poi ho scoperto che il mio era uno dei cosiddetti contratti pirata».






