La Cassazione le ha dato ragione ma per Sara, operaia trentenne residente a Rovigo, essere stata licenziata da Amazon per un rimborso spese che l’azienda ha ritenuto superiore alla cifra effettivamente spesa «è stata un’esperienza dura che mi ha segnato anche a livello emotivo». Un brutto colpo che la donna subì dopo aver trascorso alcuni mesi nel polo di Agognate, frazione di Novara, tra il 2021 e il 2022. Tre anni dopo la sua denuncia e pochi giorni dopo la pronuncia della Cassazione, Sara (che per motivi di privacy preferisce che il suo nome non venga reso noto) decide di sfogarsi.

Cacciata per 265 euro di rimborsi “indebiti”

«Avevo creduto tanto in quel lavoro e nei sacrifici fatti - dice - ma mi sono ritrovata con un senso di crollo addosso dopo quanto è accaduto». Per lavorare ad Agognate ha lasciato vita, amicizie e legami a Rovigo, dedicandosi al nuovo impiego. Al termine del quale aveva richiesto 927 euro di rimborso per trasferte, abiti, alimenti e spese sostenute. Richiesta che Amazon, cinque mesi dopo la ricezione, ha contestato per 265 ritenuti «indebiti» e «non connessi alla prestazione di lavoro, riconducibili a cibo e vestiario», licenziandola per questo motivo. Quella cifra era servita per beni di prima necessità - come articoli di abbigliamento a basso costo, shampoo e biancheria - indispensabili per il periodo trascorso da Sara a Novara.