“La patata è un vegetale senza paragoni, che resiste alla siccità come all'umidità e cresce ugualmente, sfida le intemperie e ripaga al decuplo le poche cure che l'uomo le concede”. Così scriveva il premio Nobel norvegese Knut Hamsun nel romanzo “Vagabondi” più di un secolo fa, esaltandone le caratteristiche di enorme versatilità e di adattamento alle diverse condizioni climatiche. La patata è l’unico vegetale che è sempre stata molto più che un semplice alimento: da risorsa strategica per chi viveva con poco e doveva far rendere ogni metro di terra, a protagonista nel dibattito globale sul cibo del futuro. E la Giornata mondiale che si celebra il 30 maggio non è una celebrazione folkloristica, ma un’occasione per ricordare il suo ruolo fondamentale nella sicurezza alimentare mondiale.
Coltivata per la prima volta oltre 7000 anni fa sulle alture andine, nella regione del lago Titicaca tra Perù e Bolivia, la patata è stata addomesticata da civiltà che già allora ne conoscevano il potenziale. Gli Inca ne selezionarono centinaia di varietà, sviluppando perfino sistemi di conservazione a lungo termine. Fu solo nel XVI secolo che il tubero varcò l’Oceano Atlantico, portato dagli spagnoli in Europa. Qui però non trovò subito felice accoglienza: per lungo tempo venne considerata una pianta ornamentale o, peggio, velenosa. Bisogna attendere le carestie del Settecento e la lungimiranza di agronomi come Antoine Parmentier in Francia perché si inizi a coltivarla seriamente come fonte di sostentamento.






